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Sono stati premiati a Torino i finalisti del contest di Coop su cibo ed emozioni, tre ricette che ci trasportano in altrettanti contesti. Perché una ricetta può condensare un pezzo di vita e di Storia, proprio come si racconta nel vodcast di Coop La Tavola del Tempo. Ne parliamo con i protagonisti.
Interi borghi, famiglie, persone e Paesi lontani popolano l’affresco di “Storie a tavola”. Ci sono nonni, giovani e vecchi, studenti, mogli e mariti, chi arriva e chi scappa, qualcuno addirittura nasce. Il contest che Coop ha lanciato a giugno, invitando chiunque lo volesse a raccontare un piatto che rappresenta un pezzo di sé, si è chiuso da poco, e a Torino ha premiato tre vincitori: il ligure Federico Barli, la turca/bolognese Orkide Izci, la pugliese Annapaola Tondo, approdati per un week-end nella città sabauda in occasione di Terra madre-Salone del Gusto, e festeggiati con un evento loro dedicato nella centralissima galleria San Federico. A sceglierli tra quasi 700 contributi è stata la giuria composta da Antonio Pascale, scrittore, divulgatore e agronomo, Sara Taschera, direttrice Comunicazione Coop Italia, Carla Coccolo, responsabile relazioni esterne e partnership di Slow Food. Sullo sfondo tutti gli altri piatti e le ricette di partecipanti, che hanno contribuito a costruire un archivio storico e “sentimentale" di piatti italiani e non, dove al centro ci sono appunto le persone, le memorie familiari e i cambiamenti che hanno investito le nostre tavole.
Federico è forse il più entusiasta dei tre vincitori. La sua ricetta, la torta di riso ligure, ci porta a Pitelli, paese in provincia della Spezia che oggi conta poco più di mille anime. L’ha mandata, spiega, perché ama raccontare del suo borgo meraviglioso, dove torna da Roma ogni fine settimana, e “di tante altre cose che oggi quasi nessuno ha più il tempo di raccontare”. Siamo agl'inizi degli anni '90, la torta di riso è il simbolo della festa del Paese, un rito collettivo a cui partecipano tutti, compreso Federico, che ha 18 anni e fa da organizzatore. «Fare torte erano un modo per finanziare feste popolari, il partito, la parrocchia, e ognuno faceva la sua parte. La nostra torta di riso ha la sfoglia: va fatta la pasta matta e poi si aggiunge l’impasto, fatto con riso, tante uova, lo zucchero, la vaniglia, l’anice e il resto. E la cosa più divertente era andare in giro a raccogliere gli ingredienti nelle case, poi le donne si mettevano al lavoro. Anche le teglie erano tutte diverse, ognuna usava la sua, io passavo con il carretto casa per casa a prendere quelle imburrate, al mattino presto. Le coprivo con un lenzuolo e le portavo da Remo il fornaio, quando il forno era ancora caldo, così le cuocevamo gratis», racconta ancora divertito.
Ma il ricordo più tenero è per Flavia, l’anziana signora che supervisionava tutto il processo. «Veniva da una famiglia antifascista di ricamatrici, era una donna colta, impegnata e intelligente, ma il suo chiodo era organizzare la cucina, diceva che era la cosa più importante. Ogni dettaglio doveva essere perfetto: impartiva istruzioni alle donne che preparavano le torte, perché avessero tutte lo stesso sapore. Dava indicazioni a Remo per la cottura, e tagliava personalmente le fette, tutte della stessa misura. E poi veniva il bello». Di quei giorni, oltre alle risate, Federico ricorda soprattutto il sapore di quel dolce, che lo riporta all’amore per i suoi luoghi cari. «Quando Flavia aveva finito di dividere le porzioni ci lasciava assaggiare gli angoli rimasti. Ed era la cosa più buona del mondo».
Buonissimo, come il profumo di un’infanzia trascorsa nel caldo degli affetti, è anche l’uovo al tegamino che il nonno di Annapaola le preparò da bambina in una giornata particolare. La sua è una storia di poche parole, proprio come lei, e non sa dire il perché l’ha inviata, tanto le appartiene in modo così profondo e inconsapevole. «Quando ho visto quel pop-up mentre facevo la spesa alla Coop, d’improvviso mi è venuto in mente mio nonno. È venuto a mancare due anni fa e ancora ci manca tantissimo». Il ricordo è legato a un giorno di prima elementare, quando all’uscita di scuola Annapaola vede per la prima volta comparire la figura familiare. «Mia zia stava per partorire, erano tutti in ospedale, sa come funziona al Sud. A lui avevano affidato il compito di prelevarmi e darmi da mangiare. Ricordare come lo fece ha suscitato in me un senso di grande tenerezza. Non sapeva nulla di cucina, era in difficoltà, e vedere per la prima volta in quella situazione una persona che mi sembrava invincibile mi ha fatto uno strano effetto. Ho capito che tutti, anche chi consideriamo il pilastro a cui appoggiarci, hanno delle vulnerabilità».
Di diversità parla il racconto di Orkide, 39 anni, donna turca arrivata in Italia vent’anni fa per frequentare l’Università di Bologna, alla facoltà di Scienze politiche. Con sé, nel cuore, ha portato la ricetta del suo ragù, il Kıymalı Makarna, e ne andava talmente orgogliosa da prepararlo a tutti i suoi amici dello studentato. «Da noi il Kıymalı Makarna lo si fa un po’ in tutte le case, perché ricorda un piatto della nostra tradizione ben più complicato, che consiste in piccoli ravioli ripieni di carne di vitello. Lo prepariamo con carne macinata e spezie. C’è il cumino che dà quel sapore più “orientale” al piatto, il peperoncino nero lo abbiniamo con il formato di pasta lumache, che “raccolgono” il ripieno. Per finire, lo accompagniamo a una salsa a base di yogurt all’aglio, che per noi turchi è come il prezzemolo, va dappertutto».
Chiamarlo ragù, però a Bologna, era considerato allora quasi un sacrilegio. «Più di tutto, i miei amici non accettavano lo yogurt sulla pasta. “Non si può”, dicevano» ride Orkide. Quando però ha ottenuto finalmente la cittadinanza italiana, ha voluto cucinare proprio quella ricetta, e non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per sé stessa: «Quella pasta racconta il mio viaggio, da migrante a cittadina italiana: il grano ci accomuna tutti, lo yogurt con l'aglio è la mia Anatolia, la carne macinata è la Bologna che mi ha adottata: due mondi che, in un solo piatto, hanno imparato a stare insieme». Il ragù turco oggi riscuote un discreto successo tra gli amici e le persone care a Orkide, marito compreso. «Lui è siciliano, sulla nostra tavola finiscono ogni giorno tante ricette diverse. Ma il ragù alla bolognese non so ancora farlo. Per ora lo mangiamo al ristorante, e ci piace moltissimo».
Oltre che premiare i tre vincitori, i giurati di Storie a tavola hanno voluto assegnare tre menzioni speciali ad altrettanti racconti. Il primo è andato a Karim Hachani, dall’Emilia-Romagna, il secondo a Simonetta Baldo in ricordo del papà Gino, del Trentino, il terzo a Maria Albertina Salazar Suarez, sempre dall’Emilia-Romagna. Raccontano i vissuti di un bambino che grazie a una gita scolastica assaggia il suo primo ragù di carne; di un uomo che finge di mangiare un pasto inesistente preparato da una nonna ormai non più presente a sé stessa; di una donna che ha trovato il coraggio di uscire da una relazione violenta, dopo l’ennesimo piatto denigrato. Storie a tavola capaci di racchiudere vite intere.
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