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È partita la seconda raccolta firme di “Diritto a stare bene”, la campagna per una psicologia pubblica e presente nei luoghi di comunità. Dopo la proposta di legge, si chiede adesso un passo immediato: convertire i fondi per le sedute psicologiche online agli studenti, per finanziare la presenza di un professionista fisso nelle scuole superiori, che entri nelle classi tutte le settimane. Coop è accanto alla campagna anche questa volta e i volontari ci spiegano perché.
Le incontra spesso le matricole, ragazzi e ragazze appena diplomati che, spaesati, chiedono informazioni allo sportello orientamento dell’Università, e conosce i dubbi e le paure degli adolescenti che a volte si affacciano alla segreteria didattica del conservatorio musicale di Caltanissetta, dove lavora. Dario ha 35 anni ma ha una certa familiarità con le difficoltà e le incertezze di chi oggi si affaccia alla vita; è una delle ragioni che lo hanno spinto a schierarsi in prima linea per chiedere servizi di psicologia pubblici e accessibili a tutti, con l’associazione Pubblica e la campagna “Diritto a stare bene”. Quando ne parla in veste di coordinatore regionale della Sicilia e responsabile nazionale formazione attivisti, lo spiega con poche ma chiare parole: «Lo vedo nei loro occhi il bisogno di essere ascoltati, e forse prima ancora che ascoltati, di essere visti come persone, riconosciuti. Di psicologi c’è bisogno ovunque, dai luoghi di lavoro agli ospedali, ma nelle scuole questa urgenza si sente ancora più forte. È lì dove emergono le maggiori fragilità, e dove gli unici adulti con cui confrontarsi sono gli insegnanti, lasciati sempre più soli e senza mezzi, a ricoprire un ruolo importante e delicato».
Oggi Dario e gli altri attivisti di Pubblica sono ancora una volta nelle piazze per promuovere una nuova raccolta firme, a cui tutti possono aderire online (qui il link). Dopo quella per la proposta di legge che chiede di istituire lo psicologo di base, e presidi fissi nei luoghi di comunità, avanzano un’altra idea, che è un ulteriore passo nel segno della concretezza: attivare uno psicologo “fisso” nelle scuole superiori, che entri in ogni classe tutte le settimane, per incontrare gli studenti. Per realizzare il progetto basterebbe un emendamento alla prossima legge di Bilancio, con il quale dirottare fondi già stanziati.
Coop è anche stavolta al fianco del Comitato: se già l’anno scorso ha sostenuto, nell’ambito della campagna per l’inclusione e la parità di genere Close the gap, la prima raccolta firme per la proposta di legge popolare depositata in Parlamento, in queste settimane le Cooperative di consumatori stanno mettendo a disposizione gli spazi nei punti vendita per allestire i banchetti dove i volontari di “Diritto a stare bene” spiegano il senso della loro proposta. Questa tappa si lega strettamente a un’altra iniziativa targata Coop, condotta sempre nell’ambito di Close the gap, per promuovere l’educazione alle relazioni nelle scuole, ad opera di esperti qualificati. A legare tutto c’è un unico filo rosso: l’importanza di sostenere le nuove generazioni con l’aiuto di figure specializzate, affinché imparino a gestire sentimenti, emozioni, fragilità, il peso di abitare un mondo sempre più complesso.
La proposta di cui si parla in queste settimane è molto dettagliata, l’emendamento già scritto e consultabile online: utilizzare le somme già stanziate per il progetto AscoltaMI, che prevede per gli studenti che lo richiedono un pacchetto di cinque colloqui da remoto con un professionista, per finanziare dal prossimo anno scolastico e per tre anni la presenza di uno psicologo attivo a tempo pieno in ogni istituto superiore, che entri nelle classi e svolga attività in ciascuna di esse per un’ora a settimana. Per coprire tutte le scuole è richiesto un onere aggiuntivo di 11,5 milioni di euro nel 2027 e di 41,5 milioni annui nel 2028 e nel 2029. Il progetto è sperimentale: alla fine del triennio, alla luce dei risultati raggiunti il ministero dell’Istruzione del Merito potrà decidere se stabilizzare l’iniziativa oppure no. La proposta di cui si parla in queste settimane è molto dettagliata, l’emendamento già scritto e consultabile online: utilizzare le somme già stanziate per il progetto AscoltaMI, che prevede per gli studenti che lo richiedono un pacchetto di cinque colloqui da remoto con un professionista, per finanziare dal prossimo anno scolastico e per tre anni la presenza di uno psicologo attivo a tempo pieno in ogni istituto superiore, che entri nelle classi e svolga attività in ciascuna di esse per un’ora a settimana.
Per coprire tutte le scuole è richiesto un onere aggiuntivo di 11,5 milioni di euro nel 2027 e di 41,5 milioni annui nel 2028 e nel 2029. Il progetto è sperimentale: alla fine del triennio, alla luce dei risultati raggiunti il ministero dell’Istruzione del Merito potrà decidere se stabilizzare l’iniziativa oppure no. «È la misura che può arrivare dove AscoltaMI non riesce - spiega Francesco Maesano, coordinatore della campagna “Diritto a stare bene”-. Oggi per avere un colloquio con lo psicologo serve che lo studente o un suo genitore sappiano dell’iniziativa, richiedano il voucher per le sedute, e che l’adulto presti il consenso accedendo alla piattaforma. Un meccanismo lungo e complesso che rischia di tagliare fuori proprio chi ne ha più bisogno. E poi c’è il fattore prevenzione. Quando parliamo di disagio giovanile, violenza, bullismo, educazione sessuoaffettiva, non parliamo di problemi privati, ma di temi che investono il gruppo nel suo insieme, a volte nascono in classe, e andrebbero affrontati in maniera collettiva. Il ragazzo che subisce bullismo, il violento, chi non si sa relazionare con gli altri, agiscono in un contesto di cui fanno parte anche i coetanei, rientrano in dinamiche di gruppo».
Ad affrontare questi temi, parlando agli studenti di emozioni, educazione alle relazioni, sentimenti, sarebbero appunto psicologi formati e assunti dal ministero dell’Istruzione tramite un concorso bandito a livello nazionale, per tre anni; il piano annuale delle attività verrebbe deliberato dal collegio dei docenti e inserito nel piano triennale dell'offerta formativa, mentre il professionista farebbe capo alla Asl, dove il dirigente di psicologia svolge funzioni di indirizzo e raccordo tecnico professionale sull'attività degli psicologi scolastici. «Lo psicologo per la prima volta sarebbe una presenza quotidiana che lavora sulle relazioni per prevenire il disagio. Una soluzione pragmatica che può mettere d’accordo tutti, sia chi chiede a gran voce un sostegno e un’educazione alle relazioni dei nostri ragazzi, sia chi crede che questa competa a professionisti specializzati».
Dal 14 settembre il comitato ha attivato una serie di iniziative per coinvolgere la cittadinanza e raccogliere un numero di firme tale da smuovere politica e opinione pubblica. Da Nord a Sud, attivisti come Dario e Ida Lindholm, coordinatrice regionale nel Lazio, si dividono tra banchetti, organizzano eventi e partecipano a festival, tessendo reti con enti e associazioni. Ida, una formazione in mediazione linguistica e culturale, è in giro dalla seconda metà di agosto, e sta coinvolgendo centri sociali, esperti di salute mentale, spazi in cui i ragazzi e le ragazze si incontrano e discutono. «Stiamo organizzando presidi in luoghi strategici, attivandoci perché ci siano volantini negli studi degli psicologi, e tanti professionisti si stanno mettendo a disposizione per parlare pubblicamente di questi temi. Cerchiamo di fare pressione sulla base», spiega con entusiasmo. «Il Lazio è un territorio grande e densamente popolato, Roma è dispersiva, ma l’interesse sul tema è alto, lo noto quando organizziamo eventi pubblici, quando parliamo nelle piazze e dai banchetti. Questa proposta ha in sé una novità assoluta, che risiede nel suo approccio sistemico e preventivo, non è un cerotto da apporre sulla ferita, quando succede qualcosa, ma guarda alla radice del problema e propone una soluzione strutturale. Nell’immaginario collettivo la psicologia è collegata alla psicoterapia, ma parliamo di un campo enorme, dove convivono tanti approcci diversi e tante tipologie di intervento. A entrare nelle scuole, nella nostra proposta, sarebbe una psicologia sociale, di comunità, che aiuta i giovanissimi a sapersi mettere in relazione con gli altri e con il mondo».
Per spiegare l’importanza di questi interventi, Ida ricorre al primo assioma dello psicologo e sociologo Paul Watzlawick: “Non si può non comunicare”: «Se partiamo dal presupposto che la comunicazione è comportamento, che i sistemi di comunicazione sono tanti (non c'è soltanto quello verbale) e che tutto è interconnesso, comprendere le dinamiche dei comportamenti e delle relazioni interpersonali offre ai giovani gli strumenti per capirsi e comunicare meglio. In questa ottica è evidente come il servizio psicologico nelle classi sia indispensabile, e non per fare terapia, ma per educare alle relazioni, allo stare nella comunità, ad esprimersi, a costruire identità e partecipare alla vita sociale. I ragazzi hanno davvero bisogno di parlare, ma non è detto che dall’altra parte i genitori siano pronti o preparati a parlare loro di emozioni. E allora spazio ai professionisti».
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